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LE DUE CONDIZIONI PER PIACERE A DIO: IL SOGNO CHE SVELA IL CIELO

La scena è limpida e solenne.

Don Bosco tende le mani verso il suo giovane figlio spirituale… e non stringe nulla.

Davanti a lui c’è San Domenico Savio, ma non con un corpo terreno: puro spirito, luminoso, reale e insieme impalpabile.

Il sogno diventa rivelazione.
E la rivelazione diventa giudizio.

Non un giudizio di condanna.
Ma di verità.

DUE CONDIZIONI NECESSARIE PER PIACERE A DIO

C’è una frase, nel dialogo tra San Giovanni Bosco e San Domenico Savio, che pesa come una promessa e come una responsabilità.

La Congregazione salesiana avrà un futuro grande.
Si espanderà.
Porterà frutto.

Ma ad una condizione.

“Che i tuoi figli siano devoti della Beata Vergine e sappiano conservare la virtù della castità”.

Non è un consiglio spirituale generico.
È una condizione.

E quella condizione non riguarda solo i salesiani dell’Ottocento.
Riguarda te.
Riguarda me.

DEVOZIONE ALLA VERGINE

Essere devoti della Madonna non significa moltiplicare formule vuote.

Significa vivere sotto il suo sguardo.
Sentirsi figli.
Lasciarsi guidare.

La devozione vera è concreta.
È fedeltà quotidiana.
È Rosario quando non ne abbiamo voglia.
È purezza di intenzione quando nessuno ci vede.

Maria non trattiene nulla per sé.
Conduce sempre a Cristo.

E chi si mette davvero sotto il suo manto non resta lo stesso.

LA CASTITÀ CHE PIACE A DIO

La seconda condizione è ancora più scomoda.

La castità.

In un mondo che ride di questa parola, il Cielo la presenta come una virtù che “piace agli occhi di Dio”.

Non è repressione.
Non è freddezza.
È ordine.
È libertà.
È forza.

La Scrittura dice che il Regno dei Cieli è dei violenti.
Non dei violenti contro gli altri.
Ma di chi sa fare violenza a sé stesso.

Mortificare una passione.
Spegnere uno sguardo impuro.
Rinunciare a ciò che allontana da Dio.

È lotta.
Sì.

Ma è anche dignità.
È somiglianza con gli angeli.

LE TRE CATEGORIE DI ANIME

Nel sogno, San Domenico Savio mostra a Don Bosco tre “note”.
Tre elenchi invisibili ma realissimi.

Invulnerati.
Anime che il demonio non è riuscito a ferire.
Camminano su un sentiero stretto.
Frecciate e colpi arrivano da ogni parte.
Ma non vengono trafitte.

Vulnerati.
Anime che sono cadute.
Hanno peccato.
Ma si sono rialzate.

Confessione, pentimento, lacrime.
Le ferite ci sono.
Ma sono curate.

Lassati in via iniquitatis.
Anime rimaste nel peccato.

Quando Don Bosco apre il terzo foglio, non vede nomi scritti.
Vede persone.
Volti conosciuti.
E sente un fetore insopportabile.

Un’immagine fortissima.

Non perché Dio sia “sensibile” come noi.
Ma perché il peccato è oggettivamente deformità.
È allontanamento dalla luce.
È perdita di bellezza.

Il male non è romantico.
Non è affascinante.
È putrefazione dell’anima.

E questo dovrebbe farci tremare.

“SI ILLE, CUR NON EGO?”

Don Bosco, nella biografia del suo giovane santo, richiama le parole di Sant’Agostino: Se lui, perché non io?

Se un ragazzo della mia età, nello stesso mondo, con le stesse tentazioni, è riuscito a vivere nella grazia…

Perché io no?

Non basta dire: “Che bello”.
Non basta commuoversi.

Occorre decidere.

Metti su un piatto della bilancia le rinunce.
Le fatiche.

Le incomprensioni.
La solitudine di certe scelte.

E sull’altro piatto metti l’eternità.
Metti la visione di Dio.
Metti l’Amore senza fine.

La sproporzione è infinita.

La vita eterna non è un’idea.
È possedere Dio per sempre.
È trovare finalmente quell’Amore che qui cerchiamo in modo confuso nelle creature.

Devozione alla Vergine.
Castità del cuore.

Due condizioni.
Semplici da dire.
Esigenti da vivere.

Ma dietro di esse c’è una promessa silenziosa:
chi rimane fedele non cammina solo.

E un giorno, quando anche le nostre mani sembreranno non afferrare più nulla di terreno, scopriremo che ciò che conta davvero non era ciò che stringevamo…
ma Colui a cui appartenevamo.

Attribuzione immagineImmagine AI generata con ChatGPT di OpenAI, modificata con Canva Pro